Considerazione IV:
"‘La consapevolezza di non piacere neanche a Cristo"
Assunto quest’atteggiamento, mia madre si risollevò, non aveva motivo di fare il contrario, non mi preoccupavo io, figurarsi lei.
Una volta compreso che diavolo era un pneumotorace, mi fumai le ultime sigarette che mi toccavano. Quando spensi l’ultima lucky strike, lanciandola verso ignoti orizzonti, vidi tutto il mio credo, il mio scopo, la mia naturalezza esplodere e sciogliersi in una pozza di amare lacrime materne.
Prima di salire sull’ambulanza pregai mia sorella: "Portami almeno un foglio e una penna oppure potrei uscire di senno del tutto!"
A sirene spiegate, l’ambulanza partì verso nuovi intonsi orizzonti; l’ autista mi chiese cosa facevo nella vita e per la prima volta, dato che a questa domanda rispondevo ever “manovale”, mi definii:
“SCRITTORE”
...che poteva significare artista-sensibile-dongiovanni oppure inutile-fancazzista-egocentrico.
La seconda che hai detto
...ma almeno ero sicuro di non possedere un’anima d’asfalto. Il tragitto verso il complesso ospedaliero fu lungo e non agiato:
lì invecchiai non poco, ho un aspetto troppo “vissuto” cazzo, non ci voleva.
Per l’ora di cena arrivai al Forlanini o Forlarini o come diavolo si chiama, almeno credo fosse l’ora di cena.
Mi succhiarono sei-sette fiale di merda vitale e mi spedirono in busta chiusa nel mio letto dove erano di stanza tre porzioni di spinaci freddi, una singola mozzarella...li odiavo entrambi così fagocitai del pane in busta. Arrivò l’omino della buonanotte, era lo stesso che aveva fatto i prelievi poco prima...non disse niente, mi piantò un siringhino sulla pancia e iniettò il contenuto; poi mi guardò, spento come si guarda un numero, un insetto, un soldato, una dafnia e proruppe:
"Alle sette vai sotto i ferri, tra poco ti porto la divisa da sala operatoria…dormi"
Categorico, imperativo, distaccato figlio di puttana.
Raramente mi capita di ricordare gli incubi o i sogni, ma, in quella notte afosa di cassa mutua romana, ricordo che una specie di cavallo infernale (cavallo non è la definizione giusta), un “dovrei disegnarvelo” insomma, mi prese su e a velocità spropositata, galoppava lungo un feretro viola con il cielo in palissandro che si chiudeva sopra di me…
...fermate l’immaginazione.
Non so perché ma non ebbi paura, mi fulminò la consapevolezza di non piacere neanche a Cristo, e se non piacevo nemmeno a dio quante possibilità avevo di piacere a quella dolcissima ninfa di cui mi ero infatuato?
Al ritmo di "I don’t want to miss a thing" by Aerosmith, mi istallarono un tubo che univa il mio polmone sinistro ad una ghirba da cinque litri mentre, probabilmente, l’umanità, il mondo, la clinica ed io ci stavamo ancora una volta sbagliando.
L’anestesia totale è come un libro di Tom Clancy: un tuffo nel nulla più assoluto. Oltre ai cinque litri mi misero l’ossigeno, il resto della giornata lo passai tra la bocca arsa e gli incubi.
Il “dovrei disegnarvelo” questa volta era fermo dinanzi a me e mi sussurrava:
"Cambierai, oh se cambierai, ti unirai a me e alla mia servitù per tutto il resto della tua breve vita"
"GRAZIE COCCOLO"
Non ce la facevo più a reggere l’ossigeno, mi stava rincoglionendo più del dovuto. Nervoso dissi a mia madre:’
"Toglimi questa cazza di maschera…mi sta uccidendo"
ma glielo dissi con un filo di voce.
Alla sera, questi omini serpenti, che siamo abituati a chiamare infermieri,
arrivano e ci consegnano due pasticche per i dolori e gocce per dormire, li riconosco entrambi: le pasticche sono comune tachipirina (ma presto mi stupiranno), l’altro intruglio è lexodan (boh...credo)
La prima volta che presi il lexodan avevo 16 anni e lo rubavo a mia nonna come post canna. Mi facevo uno spinello (personale), poi mi scolavo mezza pinta di “single barrell” e ficcavo 25 gocce di lexodan dentro mezzo "white russian"...quando succedeva cadevo addormentato nell’ultimo posto dove avevo tentato la pozione.
Quando soffri d’insonnia questi intrugli sono la fottuta beatitudine della salvazione.
Questo gran gioco al suicidio però lasciava il tempo che trovava, presto l’insonnia tornò più potente, così mollai il colpo e tornai alla vita di sempre.
In quei due anni di piombo avevo un buon ritmo nel far cazzate e ancor migliore nel risolverle. Ero troppo ambiguo, o ero uno di quelli tranquilli o ero di quelli dannati; ma al mio ego, si sa, non piace vedere bianco o nero, lui assume un’ infinita quantità di grigi...uno stronzo insomma...
In quei giorni, però, smisi di preoccuparmi dei medicinali...passai alla cultura della natura. Cultura che tuttora ritengo giusta:
hai i sintomi dell’influenza?
Una spremuta di arancia annaffiata al rhum e l’influenza te la scordi!
Per funzionare, però, devi capire quando il tuo organismo ha certi problemi,eh!
Dicevo...ingurgitai le pasticche e inizia a spedire sms a raffica. Iniziai dal Semtex e compagna per poi passare ad un decadente GG, poi scrissi la patologia (il pneuma) a chi mi era stato vicino tra gli anni di piombo e questi di merda; alcuni di loro, addirittura, erano stati con me fin dal principio di questa cazzo di avventura(dal pronto soccorso per intenderci).
Poi tocco a lei, oddio, cosa dovevo scriverle? Che la volevo qui accanto a me, in un leccarsi di ferite vere? Sia nell’animo che nel corpo? Che volevo più lei che togliermi di torno questa fottuta sfiga?
